Chiesa di San Mamiliano (o Santa Cita)

Chiesa (1586-1636; 1781-1789 ca. )
San Mamiliano - Prospetto principale

Accessibilità

Sintesi

Il complesso di San Mamiliano, prima di S. Cita, che comprende la chiesa, l’oratorio del SS. Rosario in S. Cita (v. scheda Oratorio di S. Cita) e il Monastero, si sviluppa ad angolo tra la via Squarcialupo e la via Valverde, nell’antico quartiere della Loggia. Confinante con la navata destra della chiesa, sul lato nord, si sviluppa il complesso della caserma della Guardia di Finanza “Giuseppe Cangialosi” e della Prefettura. Di fronte la chiesa si trova, invece, il Conservatorio “Alessandro Scarlatti” di Palermo e sul lato opposto della via Valverde, si trova invece la Scuola primaria “Rita Atria”. La chiesa ha una pianta a croce latina, suddivisa in tre navate, con transetto e presbiterio con cappelle laterali. La navata centrale è separate dalle laterali con archi a tutto sesto. Oggi non è possibile il passaggio alle navate laterali perché gli archi sono chiusi e vi si può accedere attraverso altri percorsi. Nell’antico impianto, le navate avevano ognuna cinque cappelle.Il transetto, leggermente aggettante rispetto al filo delle navate, presenta due cappelle ai lati e mostra all’incrocio il tamburo, che doveva sorreggere una cupola mai realizzata. Sul transetto, si aprono l’abside centrale, a terminazione poligonale con volta affrescata e quattro cappelle (due per lato): Cappella Scirotta, del SS. Crocifisso, del SS. Rosario (o Lanza) e Platamone. Il fondo poligonale, inoltre, è occupato dalla grande cona marmorea di Santa Cita, capolavoro di Antonello Gagini, scolpito tra il 1516 e il 1517. La facciata (1781-1787) presenta forme tardo-rinascimentali ed è divisa in due ordini: quello inferiore con i tre portali di ingresso, separati da coppie di paraste e quello superiore con una finestra centrale e sormontato da un timpano triangolare. Il prospetto laterale coincide con il volume realizzato negli anni '50 per ricostruire la navata laterale.

Una prima chiesa dedicata a S. Cita o S. Zita, molto venerata nella città toscana di Lucca, fu fondata verso la metà del secolo XIV da un ricco mercante lucchese, Michele Trentino. A essa era collegato un piccolo ospedale ad uso degli appartenenti alla Nazione. Nel 1428 il complesso composto da chiesa, ospedale, cortile e giardino fu acquisito dai padri del vicino convento di S. Domenico per fondarvi una seconda casa dell’Ordine. Tra il 1586 e il 1607 venne costruita una prima porzione di una nuova chiesa di dimensioni maggiori, per volere dei padri domenicani e secondo il progetto dell’architetto Giuseppe Giacalone. Le navate saranno completate tra il 1635 e il 1637. Nel corso del secolo successivo, l’assetto della chiesa si trasformò e assunse un aspetto barocco.La facciata venne realizzata tra il 1781 e il 1787 da Nicolò Peralta.

I bombardamenti della seconda Guerra Mondiale distrussero le navate laterali della chiesa che vennero ricostruite negli anni '50. La navata meridionale fu totalmente ricostruita in forme moderne e al suo posto si realizzarono i locali di servizio alla chiesa. Della navata settentrionale furono danneggiate due cappelle, che vennero ricostruite. Gli ultimi interventi di restauro sono avvenuti tra il 1997 e il 200 e hanno riguardato il presbiterio, le coperture e le cappelle con il loro apparato decorativo in marmo.

Caratteristica principale della chiesa di S. Cita, fra i casi più rappresentativi del Barocco, è il decorativismo architettonico, che in molti casi, diviene la componente primaria della conformazione spaziale e che è articolato su due registri: gli intarsi a marmi mischi e tramischi e le decorazioni a stucco. La tecnica dei marmi mischi, importata in Sicilia da artisti lombardi e toscani, consisteva nell’utilizzo di tarsie e rilievi in marmi policromi su elementi piani ma anche su elementi tridimensionali come le colonne e balaustre. Al marmo di Carrara, già utilizzato da secoli, si aggiunsero in questo periodo pregiati marmi siciliani, fra cui il libeccio antico, dal colore rosso con venature verdi, gialle, bianche e violacee, molto adoperato all’interno della chiesa di S. Cita come all’interno della Cappella del SS. Rosario, interamente rivestita di marmi mischi e tramischi, che insieme alla decorazione dell’abside del Gesù a Casa Professa e a quella della Concezione al Capo, rappresenta uno dei massimi esempi di addobbo marmoreo raggiunto a Palermo nel XVIII secolo.

  • G. Di Marzo, "I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti", Palermo 1880-1883.
  • A. Giuliana Alajmo, "La chiesa di S. Cita", in "Voce Cattolica", 29, ottobre 1945.
  • M.C. Di Natale, "La chiesa di Santa Cita. Ritorno all’antico splendore", Edizioni Centro S. Mamiliano, Palermo 1998.
  • A. Mongitore, "Storia delle chiese di Palermo. I conventi", edizione critica a cura di Francesco Lo Piccolo, vol. 1, CRICD, Palermo 2009.
  • E. Sessa, "Giacomo Serpotta e il pareggiamento delle arti: la decorazione degli oratori fra manipolazione vitalistica e vocazione classicista", in G. Favara, E. Mauro (a cura di), "Giacomo Serpotta e la sua scuola", Palermo 2009.